“L’amore Ingegnoso”
di Giovanni Paisiello
Opera buffa in due atti
Prima esecuzione in tempi moderni
Rappresentata al Teatro Valle –Roma nel 1785
Giannina
Annarosa Agostini
Don Martufo
Lindora
Elisabetta Lombardi
Leandro
Baltazar Zuñiga
Berto
Thomas Busch
Regia
Domenico Carboni
Scenografia e Costumi
Luci
Maestro collaboratore
Direttore
Paisiello: L’amore ingegnoso (1785)
Al Teatro Valle di Roma, nella seconda metà del Settecento, si alternavano alle rappresentazioni di prosa allestimenti di piccole opere buffe denominate «intermezzi per musica». Queste opere, destinate ad intrattenere un pubblico popolare, si differenziavano dai «drammi giocosi», rappresentati dai grandi teatri, per la durata relativamente breve, due atti invece di tre, cast limitato a pochi personaggi, quattro o cinque al massimo, recitativi brevi e concisi. Si cimentarono in questo tipo d’opera compositori specialisti del genere “buffo come” Piccinni, Cimarosa, Jommelli, Guglielmi, Fioravanti, per citare solo i più in voga. I libretti seguivano gli schemi consueti della commedia per musica come matrimoni per forza con vecchi barbogi sventati con ingegnosi stratagemmi da giovani amanti o da servi scaltri. Al centro dell’attenzione era la figura femminile “finta semplice”, cioè in realtà maliziosa e astuta, alle prese con un tutore voglioso o con un padre burbero interpretati dal basso-baritono “buffo” che alla fine immancabilmente risultava beffato. Alla semplicità del racconto corrispondevano partiture molto bene elaborate che alternavano a brevi recitativi secchi (ossia “punteggiati” solo dal cembalo) numeri musicali quali arie (equamente distribuite fra i personaggi), cavatine, duetti e brani d’insieme. Particolarmente elaborati erano i “concertati” dei due finali d’atto con tutti i personaggi sul palcoscenico: il primo aveva il compito di riassumere l’intreccio della vicenda, il secondo esponeva invece la sua risoluzione con il consueto festoso finale. L’orchestra, visti anche gli spazi ristretti offerti dal teatro, era molto ridotta: un complesso d’archi con quattro o cinque fiati.
L’«intermezzo per musica» L’amore ingegnoso fu rappresentato nella stagione di carnevale del 1785. Nel libretto di sala si legge: «La Musica è del Celebre Sig. GIOVANNI PAISIELLO Napolitano, Compositore di S.M. IL RE DELLE DUE SICILIE, e all’attual Servizio di S.M. L’IMPERATRICE DI TUTTE LE RUSSIE &c.». Paisiello, grazie ad una lunga licenza concessagli da Caterina II, era infatti ritornato da qualche mese a Napoli dove aveva avuto accoglienze trionfali ed era stato assunto da re Ferdinando. Avendo pochissimo tempo a disposizione per adempiere alla commissione del Valle l’opera fu scritta con molta fretta come si evince dalla grafia dell’autografo. Alla fine della scena 12 si legge: «Fine dei recitativi. Ma mi rincresce per il Povero Cristo che l’avrà da copiare perché non ne capirà una parola stante che non li capisco neppur io». Proprio per la fretta aveva pensato, come era d’uso allora, di riciclare diverse arie tolte da opere precedenti come il Barbiere di Siviglia e Re Teodoro. Anonimo è l’autore del libretto, forse messo su dallo stesso compositore. Le parti femminili erano affidate a due castrati in ossequio alla proibizione papale per le donne di esibirsi in palcoscenico. La parte di Giannina, la giovane «astuta, che affetta semplicità all’occasione», era interpretata da Andrea Martini detto il Senesino, beniamino del pubblico romano. La parte del Don Martufo era affidata allo specialista “buffo” Gennaro di Luzzo venuto appositamente da Napoli. La piazza romana era stata sempre molto difficile per i compositori “forestieri” per via soprattutto dell’ostruzionismo dei compositori locali che ne temevano la concorrenza. Secondo le testimonianze dei biografi coevi il pubblico, sparsasi la voce dei riciclaggi, protestò vivacemente fino a tutto il primo atto salvo poi acquietarsi nel secondo. Paisiello si risentì talmente che giurò di non scrivere più una nota per il pubblico romano e mantenne la promessa. L’opera circolò poi in vari teatri italiani interpretata sempre da castrati tanto che, salvo errore, la rappresentazione odierna non solo è una prima ripresa in tempi moderni ma anche il primo allestimento con interpreti femminili.
La trama è consueta. Don Martufo «Uomo credulo ma sospettoso, Amante e Tutore di Giannina» vorrebbe sposare la fanciulla la quale però è amata corrisposta da Leandro. Il giovane, con l’aiuto della sorella Leandra (che aspira a sposare Don Martufo) e del fido servitore Berto, riesce “ingegnosamente” a costringere il tutore a dare l’assenso al matrimonio.
La revisione è stata condotta dall’autografo conservato presso la biblioteca del Conservatorio
“S. Pietro a Majella”di Napoli e da manoscritti di arie staccate, effettuate da copisti romani in occasione della rappresentazione del Valle su commissione di amatori, conservate presso la biblioteca del Conservatorio "S.Cecilia" di Roma.
Domenico Carboni